IL MATRIMONIO (MARIAGE)

di Claude Lelouch, con Bulle Ogier, Jacques Rufus

Una decina di minuti dopo l’inizio di MARIAGE, film di Claude Lelouch di qualche anno fa (1974) e sbarcato solo ora da noi poiché povero, relativamente, di mezzi e quindi poco appetibile commercialmente, vien da dirsi che finalmente l’autore di UN HOMME ET UNE FEMME ha fatto qualcosa d’ispirato.
Meno grandiloquenza del solito, un ambiente ben circoscritto (un paesino della Normandia, alla vigilia dello sbarco degli Alleati), due sposini interpretati da due ottimi attori. Una storia semplice, proprio alla Flaubert. Ma, ahimè, l’illusione è breve. Anche nella semplicità, non so quanto voluta, di mezzi e di espressione, Lelouch riesce a tradire la propria presunzione cinematografica, la pomposità intellettuale del vecchio cinefilo, l’impotenza creatrice. Cinepresa in spalla e movimenti di camera a destra ed a sinistra quando non ce n’è nessun bisogno, elementarità della costruzione, lunghezza e noia.
Sappiamo che il matrimonio è un legame che logora e consuma, che il baldo giovane pieno di belle speranze si trasformerà ben presto in uno che si avvinazza, che rutta e si toglie con le unghie i resti del pranzo dai denti. E che la sposina s’intristisce stirando. E che il figlio prende una brutta piega. Il cinema, è dai tempi di Griffith e Murnau che ce lo spiega. Ci vuol quindi ben altro dei compitini diligenti e stiracchiati di Lelouch per rinverdire questi temi, certamente sempre attuali, ma cinematograficamente stantii. Lelouch colora di seppia la propria pellicola per darle il tono vissuto, veste gli abiti dimessi per ritrovare una umiltà dimenticata se mai posseduta, prende Rufus e Bulle Ogier perché gli rinfreschino il tono. Ma la musica è sempre quella. (Per la cronaca, del solito Francis Lai, invadente ed eterno).

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